Stamattina leggevo dei commenti ad un post di FB che parlava del “dover spostare” il proprio figlio di 8 anni dal lettone. Tanti commenti di mamme e papà, alcuni che giustificavano la presenza dei figli nel lettone altri che portavano la loro testimonianza su “come sfrattarlo”.
Spesso i genitori portano il problema “non se ne vuole andare” o “a metà della notte viene sempre nel lettone” .
Io chiedo: “Di chi è il problema? Sicuro che non sia tu a far fatica a lasciarlo andare? A pensare che sia capace di fare cose senza aver bisogno di te? Sei disposto a perdere gradualmente la centralità nella vita dei tuoi figli? E poi … concentrarti su questo, ti permette di non affrontare altre questioni più dolorose?”
Ricordo una coppia, all’inizio del mio lavoro di terapeuta familiare, mentre ero in tirocinio. Lei venne per prima in consulenza lamentando problemi col marito e poi accennando alla presenza del figlio di 10 anni in mezzo a loro, nel lettone. Io invitai anche lui alla seduta successiva, chiedendogli cosa ne pensasse della situazione. Lui lamentò in primis la presenza “ingombrante” del bambino: ciò impediva anche di avere un’intimità sessuale con la moglie. Rimandai che un primo passo era quello di abituare il ragazzino a dormire per conto suo e che mamma e papà potessero tornare alla loro intimità. La coppia non si presentò più. L’allontanamento del “terzo” li avrebbe costretti a trovarsi soli ed a chiamare la crisi con il suo nome, senza scaricare sul “terzo” la spiegazione della mancanza di intimità sessuale e non solo.
Le situazioni familiari possono essere diverse. Penso alle mamme che si “accozzano” ai figli dopo la separazione. Ai figli che si piazzano nel lettone nonostante ci sia un nuovo compagno o una nuova compagna. Al di là che sia giusto o sbagliato, lettone si o lettone no, penso sia utile prima farci delle domande poi cercare una soluzione.
Ho imparato sul campo la lezione che se un figlio ha dei comportamenti che sentiamo inadeguati, possiamo chiederci cosa facciamo noi per alimentarli, possiamo porre l’attenzione su come ci sentiamo e come staremmo senza quel comportamento. Infine cosa possiamo fare per favorire la sua evoluzione.
Questo, senza un esprimere giudizio negativo se non si riesce o si sente la fatica e senza alimentare i tanto amati sensi di colpa. Semplicemente accettando che anche noi genitori cresciamo insieme ai nostri figli, cercando una strada per noi percorribile e per i nostri figli costruttiva del loro equilibrio.